Il prestanome, recensione di Biagio Giordano

 

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USA 1976

 

REGIA: Martin Ritt

 

ATTORI: Woody Allen, Zero Mostel, Michael Murphy, Herschel Bernardi, Andrea Marcovicci, Danny Aiello

 

GENERE: Comm. dramm.

 

DURATA: 94′

 

RECENSIONE: Giordano Biagio

 

 

 

 

 I

l prestanome (USA 1976) è un film di non facile definizione stilistica. Forse è classificabile a grandi linee solo come genere: che è di commedia-drammatica.

 

In realtà è una pellicola molto complessa per stile e originalità della forma. Il film appare come un’opera dai generi multipli, apparentemente dominata da toni a sfondo drammatico. Il tono del dramma ha la particolarità in questa opera di stemperarsi nelle numerose freddure, satire, sberleffi e sarcasmi che portano tra l’altro il film ad assumere un linguaggio sfumato. Un linguaggio che, proprio perché ibrido di codici linguistici (anche teatrali), contribuisce notevolmente nel dare incertezza alle definizioni: in particolare in quelle riguardanti la classificazione emotivo-spettacolare.

 

Le scene sono ambientate nel periodo più minaccioso del Maccartismo: all’inizio degli anni ’50. Precisamente quando la Caccia alle streghe ostacolava la funzionalità stessa delle istituzioni democratiche americane, discriminando dal resto del paese i cittadini onesti che avevano simpatie per la sinistra.

 

La pellicola rievoca in forma autobiografica gli anni in cui la cosiddetta Caccia alle streghe penetrò nel mondo dello spettacolo: creandovi un pesante clima di odio e di incertezze professionali che colpì in particolare gli artisti di teatro e di cabaret.

 

Alcuni componenti del cast quali il regista Martin Ritt, gli attori Zero Mostel e Herschel Bernardi, lo sceneggiatore Walter Bernstein finirono tutti, all’epoca delle persecuzioni, sulla cosiddetta Lista nera; subirono vessazioni di ogni genere che misero a dura prova sia le loro carriere che la qualità della vita delle rispettive famiglie.

 

Il film è realizzato con grande cura visiva utilizzando anche tecniche tipicamente francesi quali ad esempio: l’interruzione del dialogo finale di una scena di cui si è già capito il senso, con l’inizio di una conversazione che fa parte della scena successiva; questa tecnica ripetuta diverse volte consente di ottenere sia un effetto estetico riguardante un maggior scorrimento del film che di immettere nella stessa unità di tempo visiva più informazioni: accorciando le lunghezze eccessive dei film, spesso considerate antiestetiche e poco spettacolari. Il film esibisce anche un credibile verismo recitativo.

 

La pellicola è impregnata a tratti di un’atmosfera tragico-comica che fa ridere e riflettere nello stesso tempo portando l’attenzione dello spettatore sull’assurdità della guerra fredda. Una guerra che avvelenava con il sospetto di tradimento la vita stessa di molti cittadini onesti facenti parte delle rispettive nazioni in contrapposizione.

 

Questa opera di Ritt è recitata con straordinaria disinvoltura soprattutto nelle parti più legate all’espressività. Un risultato questo probabilmente favorito dalla presenza nel film degli artisti più direttamente colpiti all’epoca dai provvedimenti di Mc Carthy. Questi artisti  infondono nel film, grazie all’esperienza vissuta in prima persona, una disinvoltura che risulterà paradossalmente annullatrice del tono espressivo tipico della recitazione. La verosimiglianza delle parti recitate, sembrano non tener conto della presenza dello spettatore (Christian Metz in Cinema e Psicanalisi cita questo aspetto tecnico-psicoanalitico come un risultato ottimale del lavoro recitativo), rispettando il punto di sguardo di chi osserva il film: che rimane quindi incondizionato, libero. Un vero successo artistico. Una verosimiglianza che sembra rispettare una realtà a lungo percepita e immaginata dagli spettatori attraverso i media degli anni ‘50.

 

 I filmati documentaristici in bianconero che compaiono all’inizio della pellicola, e che mostrano importanti personalità dell’epoca, da Truman a Eisenhower, da Joe Di Maggio a Marylin Monroe, e immagini della Guerra fredda come i rifugi antiatomici per le famiglie, sembrano avere lo scopo di introdurre lo spettatore alla rievocazione di un quadro importante della storia americana. Un periodo storico particolarmente drammatico che prepara lo spettatore alle scene forti del film coinvolgendolo con maggior pathos nei processi di identificazione e proiezione legati agli eventi e intrecci in causa. Questa introduzione in bianco e nero è significativa anche per comprendere al meglio lo svolgimento della storia proposta da Ritt. Scorrono in rapida sequenza e felice contrapposizione la voce calda di Frank Sinatra e le immagini dei bombardamenti in Corea, le sfilate di moda, l’arrivo dei reduci, Marilyn raggiante, l’elezione di Miss America 1952 e i coniugi Rosenberg in procinto di salire sulla sedia elettrica per alto tradimento: avendo passato alla URSS informazioni sulla bomba atomica.

 

Il protagonista del film, Howard (Woody Allen), è un personaggio che incarna una persona mediocre,  cassiere di un bar ha il vizio del gioco d’azzardo ed è sempre in bolletta. Egli è l’opposto per personalità e cultura a quelli intellettuali impegnati che furono le principali e vere vittime della Caccia alle streghe.

 

Ma quello di Howard è un personaggio che rientra coerentemente in un profilo cinematografico tanto caro a Woody Allen: quello dell’uomo qualunque americano che cerca a tutti i costi di divenire qualcuno, spesso fallendo ma procurando risate e simpatie legate al processo di identificazione in corso.

 

 Howard accetta di fare il prestanome a un amico scrittore di successo che non può più lavorare a causa della sua presenza nella lista nera. Il prestanome (Woody Allen) diventerà ricco ma non passerà inosservato  dai Cacciatori di streghe. Questi ultimi inducono il comico Hecky a tradire Howard carpendoli informazioni sulla sua vita. Il comico Hecky, amico di Howard, era ridotto al lastrico dal Maccartismo ed era dunque in un certo senso costretto a fare la spia per salvarsi.

 

Convocato a giudizio dalla commissione di inchiesta,  Howard (Woody Allen) evita di farla franca rinunciando a quanto propostogli dal suo avvocato come compromesso liberatorio dalle accuse. Rifiuta di entrare nell’ordine di idee di collaborare con i Cacciatori di streghe. Essi esigevano infatti nomi di presunti comunisti amici.

 

Howard (Woody Allen), inorgoglito dall’amore sempre più forte per la propria donna Margo e colpito dal suicidio dell’amico Hecky che probabilmente si sentiva colpevole verso di lui per averlo tradito, trova la forza di riscattarsi dal suo solito atteggiamento basato su un’opportunistica apatia verso le cose. Non si piega alle pressioni della commissione. Inoltre Howard (Woody Allen), sempre più indignato per quanto successo ai suoi amici artisti, perde ad un certo punto la calma e manda tutti i componenti della commissione a quel paese. Howard va così incontro, con coraggiosa ed esplicita dignità, ad una pesante condanna penale. Finirà in carcere ferito nella sua pseudo professione ma fiero, e subito riceverà ovazioni di ogni genere da parte di chi si batteva in America per i diritti civili.

 

Howard conquisterà una propria identità etica e umana pur finendo dal punto di vista letterario nell’anonimato assoluto.

 

Ritt propone una lettura  riuscita dell’oscura pagina del Maccartismo lo fa attraverso un modulo narrativo eclettico ma vicino alla commedia agro-amara che mostra anche segni di umorismo nero irresistibili.

 

Il regista si affida a un Woody Allen allora agli inizi di una carriera che lo avrebbe consacrato come il più grande attore regista comico vivente.

 

Il prestanome, recensione di Biagio Giordanoultima modifica: 2013-10-15T09:12:00+02:00da biagiord
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