L’avvocato del diavolo, recensione di Biagio Giordano

L’avvocato del diavolo, di Taylor Hackford, con Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron, produzione Usa, anno 1997, genere drammatico, durata 143 minuti.
Kevin Lomax (Keanu Reeves) è un giovane avvocato di Gaiesville, in Florida, che non ha mai perso una causa. E’ in procinto di far assolvere anche un professore accusato di pedofilia la cui condanna pare scontata, l’uomo ha infatti compiuto risaputi atti osceni nei confronti di una minorenne.
La bravura di Kevin non passa inosservata e viene assunto, con uno stipendio molto alto, da uno studio legale di New York diretto da John Miller (Al Pacino). Dapprima gli viene assegnata una causa riguardante il diritto sanitario, poi una su un triplice omicidio.
Il film a un certo punto entra in una dimensione espressiva altra, dominata da un ricco linguaggio onirico, costituito da metafore (condensazione) e metonimie (spostamenti) tipici del sogno, uno spazio e tempo altro, animato da figurazioni potenti, indubbiamente indici di passioni, le cui logiche sembrano legate all’inconscio di ciascun personaggio, ai suoi meccanismi psichici più reattivi alle situazioni in gioco in un certo presente scenico del racconto. Quest’ultime, al fianco di una cultura razionale richiesta dalla realtà in atto per sostenere il gioco, destano, per associazioni compulsive, desideri autodistruttivi dominati per lo più dalla pulsione di morte.
La moglie di Kevin, Mary, comincia ad essere preda di allucinazioni e deliri sceneggiati psichicamente in modo tale da sembrare reali, cosa che la porterà al suicidio.
La madre di Kevin svela al figlio una verità sorprendente e drammatica, lui è figlio di John Miller capo dello studio, personaggio colto ma verbalmente molto aggressivo e ambiguo.
Il comportamento di John Miller nei confronti di Kevin e la moglie, era diventato da tempo invasivo, caratterizzato da forme di violenta trasgressione della morale vigente e da tentativi di plagio verso chi in qualche modo la incarnava, inoltre filosofeggiava sulla necessità di essere più autentici, di vivere i propri istinti come un dono di Dio (di cui non comprendeva quindi la proibizione), i cui divieti nei suoi famosi comandamenti tendevano a creare nell’uomo moderno, per paradosso, sensi di colpa deprimenti e spesso invalidanti.
Per John Miller, nel xx secolo la ribellione contro Dio è stata chiara, attraverso guerre spaventose e delitti razzisti di massa di ogni genere, il secolo ha testimoniato la vittoria degli istinti, il successo del demoniaco, della salute mentale sulla malattia provocata dalla morale, quindi ha comportato una ricomposizione unitaria della psiche scissa, e ciò grazie anche all’intervento, provocatorio in un primo momento e terapeutico in un secondo, del demonio incarnato proprio da John Miller padre di kevin Lomax.
Kevin si identifica per parricidio, per passione, nel demonio suo padre John Miller, ma come logica inconscia vuole se ne differenzia fortemente, vuole riaprire le sorti di quella guerra contro Dio che John Miller incarnazione del demonio dice di aver vinto, e sa che l’unica cosa da fare dopo aver a fatica resistito alle tentazioni incestuose procurate dalla sorella sexi, è quella di suicidarsi, solo così toglierà potere al demonio- padre facendolo precipitare nell’inferno certificando così il fallimento della sua missione.
Kevin si risveglierà nei bagni del tribunale dove si era rifugiato per una breve sosta. E’ in corso il processo che vede sotto accusa il pedofilo professore, Kevin è ancora molto scosso da ciò che ha vissuto nel sogno, rientrato a fatica in aula scopre con piacere tra il pubblico sua moglie Mary, sorridente, più che mai decisa a far sentire al marito la sua presenza incoraggiante.
Kevin, memore della lotta contro il bene che ha portato avanti suo padre, il demonio JohnMiller, portandolo vicino a una piena rivincita contro Dio, aspetto che lo ha profondamente sconvolto, decide di fare d’ora in poi solo cose giuste, prescindendo anche da alcune leggi umane eticamente molto discutibili, e, preso da sensi di colpa per star difendendo con successo un colpevole certo di pedofilia, Kevin abbandona il processo decidendo di dare all’etica, a dispetto delle complicate tecniche procedurali dove a volte i colpevoli protetti dagli avvocati trovano rifugio riuscendo a farla franca, il suo giusto posto in tribunale: per lo meno per quanto gli è consentito.
Kevin a differenza del suo demoniaco padre, sceglie ora il bene dell’Etica di Dio e non della legge umana, quella che i potenti di turno possono aggirare.
Mentre sta uscendo dal Tribunale Kevin però di fronte a un giornalista molto importante, si contraddirà.
Gli verrà chiesta un intervista esplosiva, uno scoop che lo renderà famoso, avente come centro il suo gesto clamoroso avvenuto poco prima in aula quando aveva deciso di abbandonare la difesa dell’imputato che sapeva essere colpevole. Alle insistenti richieste del giornalista, e sollecitato dalla moglie, Kevin non saprà dire di no, il piacere di diventare famoso è troppo forte, e ciò fa pensare a come sia potente la vanità umana, quella tanto amata dal demonio incarnato da suo padre.
Il padre John Miller, principe dei demoni, ricomparendo per un attimo sullo schermo, sorride al pubblico compiaciuto facendo capire che con l’accettazione dell’intervista da parte di Kevin la guerra contro Dio si è riaperta.
Film di grande potenza espressiva, con una recitazione di Al Pacino superlativa che riesce a dare al film i toni giusti per comunicare le non facili problematiche bibliche e romanzesche di cui il film è impregnato.
Raffigurazioni bibliche, artistiche, mitologiche abbondanti, mai banali, e ben inserite nel difficile linguaggio del montaggio.
image200[1]

L’avvocato del diavolo, recensione di Biagio Giordanoultima modifica: 2019-04-20T10:43:19+02:00da biagiord
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento