L’isola dell’ingiustizia (Alcatraz), recensione di Biagio Giordano

L’isola dell’ingiustizia (Alcatraz), di Martin Scorsese, con kevin Bacon, Christian Slater, Usa, 1995, Drammatico, durata 122 minuti.
La pellicola narra episodi in parte fantasiosi in parte veri, avvenuti nel famoso penitenziario statunitense di Alcatraz, situato nella baia di san Francisco. Vicende accadute a cavallo del 1940.
Dal processo ad un carcerato che aveva tentato la fuga, accusato dal pubblico ministero di aver ucciso con un cucchiaio, davanti a 200 detenuti, il compagno che lo aveva tradito, emerge, con grande risonanza mediatica, le mostruose illegalità dei trattamenti riservati ai carcerati da parte della direzione.
Un’evasione riuscita dal carcere rappresentava per la Direzione una grave colpa di inefficienza gestionale nella conduzione del carcere, con conseguenze assai pesanti sui meccanismi della carriera dei loro maggior componenti.
I detenuti che cercavano di fuggire dal carcere, una volta ripresi subivano vessazioni disumane da parte della direzione, con lo scopo di far recedere gli altri detenuti, intenzionati a fuggire dal penitenziario, dal tentare l’impresa. Ciò che emerse dal processo scosse l’opinione pubblica americana e portò a sostanziali modifiche nella politica di amministrazione dei penitenziari statunitensi.
Il film. Nel 1938 il giovane Henri Young viene incarcerato ad Alcatraz per aver rubato 5 dollari (in realtà Alcatraz ospitava solo detenuti che avevano commesso reati gravissimi ), rapinando un negozio che fungeva da ufficio postale.
Nel carcere, diretto dal direttore James Humson e dal sadico condirettore Milton Glenn, a seguito di una tentata fuga, Young viene messo in isolamento nelle segrete sotterranee per tre anni, subendo varie torture. Uscito miracolosamente vivo dal lunghissimo isolamento (per legge sembra che tale castigo non possa durare per più di 20 giorni), uccide il detenuto spia Rufus McCain.
Young finisce sotto processo e il suo futuro sembra già adombrarsi di nero, quando il giovane avvocato d’ufficio assegnatogli, il ventiquattrenne James Stamphill, con grande abilità psicologica riesce a far parlare il semicatatonico Young sulle brutalità subite in carcere e aprire una strategia difensiva di grande efficacia. L’avvocato intende bene la logica di quanto accaduto e perciò imposta la sua difesa andando all’attacco dell’istituzione carceraria.
Egli mette sotto accusa l’intera direzione del carcere, responsabile secondo lui di attuare metodi, nel rapporto con i carcerati, di chiara impronta personale, al di fuori quindi di quanto pattuito nella Costituzione americana e nelle specifiche leggi sui carceri.
Ne sarebbe sortito un grave effetto, quello di portare i detenuti a subire un pesante disturbo mentale, ossia una psicotizzazione dovuta a una prolungata detenzione nelle celle di isolamento. Il giudice aveva constatato che trentadue detenuti entrati in carcere in condizioni di salute mentale non deficitaria, uscivano da Alcatraz mentalmente confusi, andando poi a finire dritti dritti in un ospedale psichiatrico.
Film di grande drammatizzazione realistica, riuscita, ricco di metafore altamente comunicative sui paradossi della giustizia americana, sopratutto là dove per esigenze romanzesche sostituisce il vero con la fantasia.
Fotografia che lascia stupiti per come riesca a dare del reale un’interpretazione altamente comunicativa, suggestiva, diventando a un certo punto per inerzia visiva da alto scorrimento: iperrealismo.
Biagio Giordano

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L’isola dell’ingiustizia (Alcatraz), recensione di Biagio Giordanoultima modifica: 2019-11-30T09:37:38+01:00da biagiord
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