Full metal jacket, recensione di Biagio Giordano

Full metal jacket, di Stanley Kubrick, con Matthew Modine, Adam Baldwin, Usa, anno 1987, genere guerra, durata 116 minuti.

Nel 1967, in piena guerra con il Vietnam, diciasette reclute dei Marine sono trasformate come da protocollo, in soldati con forti motivazioni a uccidere. Viene inculcata loro l’ideologia del mondo libero (quello americano) da esportare in tutto il mondo.
Uno dei diciassette, un giornalista ambiguo (in quanto in cuor suo obiettore di coscienza), pacifista, con un distintivo simbolo della pace sulla tuta da combattimento, Marine di fatto a mezzo servizio perché timoroso nel sparare e convinto che la libertà non si esporta, si troverà coinvolto nella sanguinosa offensiva del Tet in Vietnam (esercito nord vietnamita insieme ai Vietcong contro le principali città del sud del Vietnam in mano agli americani) che diede in un primo momento un grosso colpo all’esercito statunitense.
Film ironico e sarcastico su una guerra durata venti anni, che la storia dimostra essere stata assurda perché frutto di una propaganda che teneva nascosta i suoi veri scopi, cioè: alimentare l’industria delle armi e dei mezzi logistici statunitensi e sviluppare una moderna tecnologia di guerra in grado poi di far fare affari di vendita in tutto il mondo.
Capolavoro per ritmo, scorrevolezza, linguaggi visivi nuovi, ma
sopratutto per l’audacia, il coraggio e lo spirito di indipendenza dell’autore in toto, Stanley Kubrick che ridicolizza senza mezzi termini tutta la politica americana sul Vietnam,
Kubrick conferma cosa vuol dire arte nel cinema: fare film senza preoccuparsi del botteghino, bensì solo di mettere in pratica il proprio pensiero senza alcun condizionamento esterno.

Full metal jacket, recensione di Biagio Giordanoultima modifica: 2020-04-06T16:22:16+02:00da biagiord
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