La città delle donne, recensione di Biagio Giordano

La città delle donne è un film del 1980 diretto da Federico Fellini.

Marcello Snàporaz (Mastroianni) è un uomo maturo, troppo normale, maschilista, incauto nel procedere praticamente quando sorge in lui un desiderio sensuale di possibile realizzazione.

Durante un tragitto in treno, è attratto da una misteriosa signora che sembra voler assecondare ogni suo desiderio erotico, ma l’arrivo della donna nella propria stazione di destinazione impedisce alla coppia di proseguire nelle effusioni ormai in fase avanzata.
Marcello, ancora un po’ stordito, decide di seguire la signora, che, stranamente, si avvia a passo spedito in mezzo a una campagna folta, ombrosa, e inquietante.

Marcello Snàporaz si ritrova a un certo punto in un grande albergo rumoroso che ospita un caotico convegno di libere femministe, impegnate a esorcizzare il potere maschile su di loro con rappresentazioni sceniche satiriche, e umorismo sadico.

La strana manifestazione ha per oggetto gli aspetti più importanti dei ruoli creati dall’uomo a proprio beneficio sottomettendo la donna.

Marcello si ritrova in una babele di linguaggi che vanno contro l’uomo, segnati da un’isteria non più controllabile, frasi zoppicanti nel senso e per lo più violente, in una situazione di sguardi orrorifici privi di ogni umanità, irrispettosi del prossimo, un’atmosfera apocalittica dove ciò che ciascuna donna dice ha forti effetti emozionali nelle altre, indipendentemente dal contenuto. E’ la sconfitta della politica. Ciò che conta per quelle donne è ritornare poi nel sociale più abitudinario con rinnovate risorse di tolleranza verso il solito uomo.

Marcello Snàporaz deve funzionare in quell’ambiente da capro espiatorio di una logica perversa, artefatta, con pensieri malati sostanziati da rituali sadici.
L’uomo fuggirà dall’albergo ma sarà sballottato qua e là dagli eventi di quella zona, ritrovandosi lungo un forzato itinerario, da incubo, con al centro sempre le donne.

Solo il risveglio sul treno darà pace a Marcello, ma l’ingresso della locomotiva, come all’inizio del film, nella stessa galleria e gli occhiali trovati rotti vicino ai suoi piedi, danneggiatisi anche nel sogno, confondono allo spettatore i confini tra immaginario e realtà.

Allora acquistano peso nel film le verità storiche, soggettive, dell’autore, che seppur in modo deformato, enigmatico, comunicano un’attività onirica ben trasposta nel film, è una sorgente produttiva composta da grandi vivacità simboliche, figurative, di ricchezze di idee iconiche, e straordinaria sincerità introspettiva.

Aspetti indubbiamente di autentico valore artistico in quanto sono di fatto miniere di emozioni legate alla realtà storica, geografica, politica, culturale degli anni ’80 nell’occidente (nel film non c’è un luogo geografico identificabile).

Biagio Giordano

 

La città delle donne, recensione di Biagio Giordanoultima modifica: 2020-01-28T18:04:49+01:00da biagiord
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